Psicologa-Psicoterapeuta a Milano e online — Dott.ssa Costanza Nastasi

r e s p i r a

Riappropriati della tua vita,
con mente, corpo e natura

Psicoterapia cognitivo comportamentale integrata con ACT, mindfulness e il contatto con la natura, per ritrovare equilibrio, direzione e crescita.

L'approccio

Il mio approccio

Tre approcci a solida base scientifica, integrati in un unico percorso costruito sulla tua storia. Non un metodo miracoloso: ciò che la ricerca ha dimostrato efficace, cucito su di te.

CBT

La terapia cognitivo comportamentale è l'approccio con le prove di efficacia più solide per ansia, disturbo ossessivo-compulsivo, attacchi di panico e molte altre difficoltà. Insieme comprendiamo il circolo che mantiene la sofferenza, tra pensieri, emozioni e comportamenti, e lo interrompiamo con strumenti pratici, esercizi ed esperienze, non solo parole.

ACT

L'Acceptance and Commitment Therapy è la bussola: invece di combattere pensieri ed emozioni difficili, si impara a fare loro spazio e a costruire una vita guidata dai propri valori. Accettazione, defusione e azione impegnata aiutano a ritrovare direzione, motivazione e un senso in ciò che si fa.

Mindfulness & corpo

Pratiche di consapevolezza basate sui protocolli mindfulness per allenare l'attenzione al momento presente. Il corpo non è spettatore: è la via d'accesso alle emozioni e uno strumento di regolazione.

Ciò che rende Psicosfera diversa

Oltre la stanza, su misura per te

La natura come setting

La ricerca mostra che il contatto con il verde riduce stress e ruminazione. Nei percorsi esperienziali di gruppo la natura non è uno sfondo: diventa il luogo, e la metafora viva, del lavoro terapeutico. Un progetto a cui sto lavorando, per portare la cura anche fuori dalla stanza.

Percorsi su misura

Nessun protocollo fotocopia: ogni percorso è costruito sulla tua storia, sul tuo momento di vita e sui tuoi obiettivi. E prosegue anche fuori dalla seduta, con strumenti digitali interattivi (diari, esercizi sui valori, pratiche guidate) che ho progettato personalmente per accompagnarti giorno per giorno.

«Come un albero, anche tu hai dentro di te tutto ciò che ti serve per crescere.»

I percorsi

Come possiamo lavorare insieme

Terapia individuale in studio

Percorsi personalizzati per ansia, disturbo ossessivo-compulsivo, difficoltà di regolazione emotiva, stress e momenti di cambiamento. Due studi a Milano: CityLife e Tolstoj.

80 € / seduta, 50 minuti

Terapia online

Lo stesso percorso, ovunque tu sia. Le sedute online hanno efficacia comparabile a quelle in presenza e si adattano ai tuoi ritmi, con la stessa continuità e riservatezza.

80 € / seduta, 50 minuti

Adolescenti e genitori

Percorsi per adolescenti con difficoltà nella regolazione delle emozioni — rabbia, ansia — bassa autostima o nell'elaborazione di un lutto. Lavoro molto in chiave ACT esperienziale: immagini, video, metafore ed esercizi pratici, con il lavoro sui valori al centro — per ritrovare direzione, motivazione e autostima. In parallelo, sedute di parent training con i genitori: comunicazione, problem solving e psicoeducazione.

100 € / parent training, 90 minuti
In arrivo

Gruppo esperienziale nella natura

Un progetto a cui sto lavorando: un ciclo di 8 incontri settimanali in uno spazio verde di Milano — mindfulness, lavoro sui valori e pratiche esperienziali a contatto con la natura, in piccolo gruppo.

Iscrizioni prossimamente · scrivimi per essere avvisata/o quando parte

Strumenti digitali inclusi nel percorso. I miei pazienti hanno accesso a strumenti interattivi che ho progettato personalmente — diari di automonitoraggio, esercizi sui valori, pratiche guidate — per continuare il lavoro tra una seduta e l'altra.

Chi sono

Dott.ssa Costanza Nastasi

Sono una psicologa-psicoterapeuta cognitivo comportamentale. Accompagno le persone a comprendere i propri meccanismi di sofferenza e a costruire, passo dopo passo, una vita più vicina a ciò che conta davvero per loro.

  • Iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia, n. 24248
  • Psicoterapeuta a orientamento cognitivo comportamentale (CBT, ACT)
  • Lavoro con adulti e adolescenti, e con i genitori in percorsi di parent training
  • Collaboro con il Centro Medico Santagostino di Milano
  • Formazione continua in mindfulness e interventi nature-based
  • Ricevo a Milano — CityLife e Tolstoj — e online

La formazione

Un percorso che continua

Credo che la formazione continua sia parte del prendersi cura: la psicologia è una disciplina che avanza, e restare al passo con la ricerca più recente è ciò che permette di aiutare nel modo migliore. Per questo mi formo costantemente e credo nel confronto tra professionisti.

Parte di questo confronto è la supervisione: discutere il proprio lavoro con colleghi più esperti, per osservare i percorsi da più punti di vista e offrire a chi si affida a me un intervento più attento e consapevole.

  • Specializzazione in Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale — Studi Cognitivi, Genova (2022–2025)
  • Laurea Magistrale in Psicologia Clinica e Neuropsicologia nel Ciclo di Vita — Università di Milano-Bicocca
  • Laurea Triennale in Scienze e Tecniche Psicologiche — Università di Genova
  • Corso di perfezionamento in Acceptance and Commitment Therapy (ACT), con supervisione clinica del Prof. Giovambattista Presti
  • Corso di perfezionamento EMDR — Livello I
  • Autrice (con A. Iossa Fasano e R. Guidi) di "Il coraggio del futuro nei giovani adulti. Analisi psicologica dell'utilizzo della bugia come strumento fallimentare di costruzione del sé", rivista Pedagogika (2024)
  • Tirocinio di specializzazione in neuropsichiatria infantile (UONPIA, ASST Fatebenefratelli Sacco): colloqui clinici con bambini, adolescenti e genitori, valutazione diagnostica e testistica
  • Formazione complementare: CBT per ansia e depressione, Chair Work, terapia metacognitiva, elementi di DBT, valutazione dell'attaccamento, psicodiagnostica, ADHD nell'adulto
  • Iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia — Sezione A, n. 24248 · formazione ECM continua

Iniziamo con un primo colloquio

Il primo passo è una conversazione: mi racconti cosa stai attraversando e capiamo insieme se e come posso aiutarti. Scrivimi su WhatsApp, ti rispondo personalmente.

Scrivimi su WhatsApp

Rispondo personalmente, di norma entro 24 ore.

Iscrizione AlboOrdine Psicologi Lombardia
Sezione A, n. 24248
Studio CityLifeVia Paolo Uccello, 6 — Milano
Studio TolstojVia Vespri Siciliani, 38 — Milano
Emailcostanzanastasi@gmail.com
Telefono+39 348 261 9850
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Mindfulness nella natura: cosa dice la scienza

Tempo di lettura: 4 minuti

C'è un motivo se, dopo una passeggiata in un bosco o in un parco, ci sentiamo più leggeri. Non è solo suggestione: negli ultimi dieci anni la ricerca scientifica ha iniziato a misurare con precisione cosa succede alla nostra mente — e al nostro cervello — quando entriamo in contatto con la natura. E i risultati sono sorprendentemente coerenti.

Il cervello in natura: meno autocritica, giudizio e sofferenza

Uno degli studi più citati in questo campo è stato condotto all'Università di Stanford da Gregory Bratman e colleghi, pubblicato nel 2015 sulla rivista PNAS. I ricercatori hanno chiesto a un gruppo di partecipanti di camminare per 90 minuti: metà in un ambiente naturale, metà lungo una strada urbana trafficata. Chi aveva camminato nella natura mostrava livelli più bassi di quella che gli psicologi chiamano ruminazione: quel disco rotto mentale fatto di autocritica e giudizio, che rigira all'infinito gli stessi pensieri negativi su di sé — "ho sbagliato", "non valgo", "dovevo fare diversamente" — ed è un noto fattore di rischio per depressione e ansia. Non solo: nei partecipanti si era ridotta anche l'attività della corteccia prefrontale subgenuale, un'area cerebrale associata proprio a questo tipo di pensiero negativo autoriferito.

In altre parole: la natura non ci distrae semplicemente dai pensieri. Sembra agire proprio sul circuito cerebrale che li alimenta.

Quanta natura serve? La "dose" delle due ore

Nel 2019 uno studio su quasi 20.000 persone, pubblicato su Scientific Reports da Mathew White e colleghi dell'Università di Exeter, ha individuato una sorta di "dose minima efficace": chi trascorre almeno 120 minuti a settimana in ambienti naturali riporta con probabilità significativamente maggiore una buona salute e un elevato benessere psicologico, rispetto a chi non frequenta affatto la natura. Un dato interessante: non importa come si raggiungono quei 120 minuti — un'unica uscita lunga o tante brevi visite al parco sotto casa funzionano ugualmente. E l'effetto vale per giovani e anziani, per chi sta bene e per chi convive con problemi di salute.

Per chi vive in una città come Milano, è una notizia incoraggiante: non serve un bosco di montagna. Serve costanza.

Il corpo risponde: lo stress si misura

La tradizione giapponese dello shinrin-yoku — il "bagno di foresta", ovvero immergersi in un ambiente boschivo con tutti i sensi — è stata studiata anche sul piano fisiologico. Una revisione sistematica con meta-analisi (Antonelli e colleghi, 2019) ha mostrato che l'esperienza in foresta riduce in modo significativo i livelli di cortisolo salivare, il principale ormone dello stress. Un'altra meta-analisi (Kotera e colleghi, 2020) ha rilevato effetti positivi dello shinrin-yoku sui sintomi di salute mentale nel breve termine, in particolare sull'ansia — pur sottolineando, con la giusta onestà scientifica, che servono studi più rigorosi e follow-up più lunghi.

Perché mindfulness e natura insieme funzionano

Qui arriviamo al punto che riguarda più da vicino il mio lavoro. La mindfulness — l'allenamento a portare l'attenzione al momento presente, con apertura e senza giudizio — e l'esperienza della natura sembrano potenziarsi a vicenda. La natura offre ciò che gli psicologi ambientali chiamano fascinazione dolce: foglie che si muovono, acqua che scorre, canti di uccelli catturano l'attenzione senza sforzo, dando tregua ai circuiti attentivi affaticati dalla vita urbana. È il terreno ideale per praticare la consapevolezza: invece di combattere per concentrarsi, l'attenzione viene accolta dall'ambiente. Una meta-analisi sugli interventi di mindfulness condotti in contesti naturali (Djernis e colleghi, 2019) suggerisce proprio che la combinazione dei due elementi produce benefici psicologici significativi.

È su questa sinergia che sto costruendo un progetto a cui tengo molto: percorsi esperienziali di gruppo negli spazi verdi di Milano — pratiche di consapevolezza, lavoro sulle emozioni e sui valori personali, con la natura non come semplice sfondo ma come parte attiva dell'esperienza.

Cosa non è (e cosa è) tutto questo

Un'ultima nota di onestà, perché la correttezza scientifica fa parte del mio modo di lavorare: il contatto con la natura non è una cura miracolosa e non sostituisce la psicoterapia quando serve. È, piuttosto, un fattore protettivo con solide evidenze e un potente alleato del lavoro terapeutico. La ricerca in questo campo è giovane e in crescita, e alcuni studi hanno limiti metodologici che gli stessi autori riconoscono. Ma la direzione è chiara: prendersi cura della propria mente passando per il corpo e per il verde non è una moda. È una strada che la scienza sta mappando, passo dopo passo.

Se vuoi sperimentarla, puoi iniziare da sola o da solo — due ore a settimana nel tuo parco preferito sono già qualcosa. E se l'idea di un percorso guidato nella natura ti incuriosisce, scrivimi: il gruppo esperienziale è in preparazione, e sarò felice di avvisarti quando apriranno le iscrizioni.

Dott.ssa Costanza Nastasi — Psicologa-Psicoterapeuta, Milano


Riferimenti bibliografici

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Senso di colpa e DOC: perché non basta "smettere di pensarci"

Tempo di lettura: 5 minuti

"Lo so anch'io che è assurdo. Ma se non controllo, non riesco a stare tranquillo." Chi convive con un disturbo ossessivo-compulsivo conosce bene questo paradosso: sapere che i propri pensieri sono eccessivi, e non riuscire comunque a lasciarli andare. E conosce anche il consiglio — inutile e a volte doloroso — che arriva da chi sta intorno: "Basta non pensarci."

Se funzionasse così, il DOC non esisterebbe. Per capire perché non basta, bisogna guardare cosa c'è davvero al centro di questo disturbo. E la ricerca, soprattutto quella italiana, ha una risposta chiara: molto spesso c'è la paura della colpa.

Non è il pensiero, è la colpa

Il disturbo ossessivo-compulsivo colpisce circa il 2% delle persone e si manifesta in tante forme: paura di contaminarsi, controlli ripetuti, dubbi che non si chiudono mai, pensieri intrusivi a contenuto aggressivo, religioso o sessuale che spaventano proprio perché lontanissimi da ciò che la persona è e vuole.

Il gruppo di ricerca di Francesco Mancini — autore de La mente ossessiva, uno dei testi di riferimento per la comprensione e la cura del DOC — ha mostrato in numerosi studi che ciò che le persone con DOC temono più di tutto non è il danno in sé, ma la possibilità di esserne responsabili: aver agito in modo irresponsabile, aver violato una norma morale a cui tengono profondamente. È quella che i ricercatori chiamano colpa deontologica, distinta dalla colpa altruistica (il dispiacere per la sofferenza altrui): è il senso di essere moralmente indegni per aver trasgredito, anche quando nessuno si è fatto male.

Ecco perché "non pensarci" non funziona: ogni tentativo di scacciare il pensiero è, in fondo, un altro modo di dirsi quel pensiero è pericoloso, e se lo trascuro sono colpevole. Il controllo, il lavaggio, la ricerca di rassicurazione danno sollievo per qualche minuto — e proprio per questo mantengono il circolo: confermano alla mente che il pericolo era reale e che la vigilanza deve continuare.

Come si lavora, davvero

La buona notizia è che il DOC si cura, e sappiamo anche come. Nel mio lavoro integro le tecniche a maggiore evidenza scientifica in un percorso costruito sulla persona.

Capire il proprio senso di colpa. Il punto di partenza è quasi sempre un lavoro di consapevolezza sul funzionamento del disturbo: con strumenti come il diario della colpa e della paura — che ho sviluppato in forma digitale e interattiva per i miei pazienti — impariamo a riconoscere quando la colpa si attiva, cosa la innesca e cosa fa fare. Non si può cambiare ciò che non si vede.

Esposizione con prevenzione della risposta (ERP). È il trattamento di prima scelta per il DOC secondo le linee guida internazionali: avvicinarsi gradualmente alle situazioni temute rinunciando, con il sostegno del terapeuta, alle compulsioni. Nel lavoro orientato alla colpa, l'esposizione riguarda proprio la possibilità di sentirsi in colpa — imparando che quella sensazione, per quanto intensa, si può attraversare senza che accada la catastrofe morale temuta.

Accettazione, defusione e valori (ACT). L'Acceptance and Commitment Therapy aggiunge strumenti preziosi: la defusione insegna a guardare i pensieri come eventi mentali — parole che passano — invece che come verità o comandi; l'accettazione apre uno spazio in cui il disagio può esserci senza dover essere eliminato; il lavoro sui valori riporta l'attenzione dalla lotta contro il DOC verso ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Gli studi clinici, a partire dal trial di Twohig e colleghi (2010), sostengono l'efficacia di questo approccio per il DOC.

Il lavoro con le immagini. Il DOC non è fatto solo di parole: spesso ha una forma, un volto, una scena. In terapia possiamo dare un'immagine al disturbo — disegnare il proprio DOC — per riconoscerlo come qualcosa di distinto da sé. E quando la colpa affonda le radici in episodi dolorosi del passato, ricordi in cui qualcuno ci ha fatto sentire sbagliati o colpevoli, si può intervenire con l'imagery rescripting: si torna a quel ricordo in immaginazione e lo si "riscrive", dando alla persona — spesso al bambino o alla bambina di allora — la protezione e la voce che sono mancate. Gli studi su questa tecnica nel DOC, incluso il lavoro del gruppo italiano di Tenore e colleghi (2020) proprio sui ricordi di colpa, mostrano risultati promettenti, anche in casi che non avevano risposto ai trattamenti standard.

Mindfulness nel quotidiano. Infine, pratiche brevi di respiro consapevole da integrare nella vita di tutti i giorni: non per scacciare i pensieri — sarebbe l'ennesima compulsione — ma per allenare la capacità di notare quando la mente è stata catturata dal dubbio, e riportarla con gentilezza al presente.

Una cosa importante, se ti riconosci in queste righe

Il senso di colpa che accompagna il DOC dice qualcosa di paradossalmente bello di chi ne soffre: si teme così tanto la colpa proprio perché si tiene moltissimo a essere persone buone e responsabili. Il problema non è la tua moralità — è il prezzo che il disturbo ti fa pagare per difenderla.

E no, non devi riuscire a "smettere di pensarci" da solo o da sola. Il DOC è uno dei disturbi per cui la psicoterapia ha protocolli più solidi e studiati: chiedere aiuto non è una sconfitta, è la mossa giusta. Se vuoi capire se un percorso può fare al caso tuo, scrivimi: il primo passo è solo una conversazione.

Dott.ssa Costanza Nastasi — Psicologa-Psicoterapeuta, Milano


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Cos'è l'ACT e perché funziona per l'ansia

Tempo di lettura: 5 minuti

C'è una cosa che quasi tutte le persone ansiose hanno provato a fare, con impegno ammirevole e risultati deludenti: smettere di essere ansiose. Respirare per calmarsi a tutti i costi, evitare le situazioni che attivano l'ansia, ripetersi "non c'è niente di cui preoccuparsi", controllare che tutto sia sotto controllo. E ogni volta, l'ansia torna — spesso più forte, e con un carico in più: la frustrazione di non riuscire a mandarla via.

L'Acceptance and Commitment Therapy (ACT, si pronuncia come la parola inglese act, "agire") parte da un'osservazione tanto semplice quanto rivoluzionaria: forse il problema non è l'ansia. È la guerra che le facciamo.

Il paradosso del controllo

Prova a non pensare a un orso bianco per i prossimi dieci secondi. Com'è andata? Con le emozioni funziona allo stesso modo, ma con un ingrediente in più: più trattiamo l'ansia come un nemico da eliminare, più le confermiamo che è pericolosa — e più il cervello, che è progettato per proteggerci dai pericoli, la tiene d'occhio. È quello che nell'ACT si chiama evitamento esperienziale: il tentativo continuo di scacciare emozioni, pensieri e sensazioni sgradevoli. Che a breve termine dà sollievo, e a lungo termine restringe la vita. Si rinuncia all'aperitivo per non sentire l'ansia sociale, si rimanda il colloquio per non sentire la paura di fallire, si evita di guidare, di viaggiare, di esporsi. L'ansia occupa sempre meno momenti — e sempre più vita.

Cosa propone l'ACT, in concreto

L'ACT appartiene alla cosiddetta "terza onda" della terapia cognitivo comportamentale e lavora su alcune abilità che si allenano, seduta dopo seduta, come si allena un muscolo.

Accettazione — che non significa rassegnazione, né "farsela piacere". Significa smettere di spendere energie nella lotta contro ciò che si sente, e fare spazio all'ansia quando arriva, come si fa spazio a un ospite sgradito ma innocuo. Paradossalmente, è proprio quando smette di essere combattuta che l'ansia perde gran parte del suo potere.

Defusione — imparare a vedere i pensieri per quello che sono: parole ed eventi mentali, non verità né ordini. C'è differenza tra "farò una figuraccia" e "sto notando il pensiero che farò una figuraccia". Nel primo caso il pensiero ci ha catturati; nel secondo lo stiamo guardando da fuori. Sembra un gioco di parole: è un'abilità che cambia il rapporto con la propria mente.

Contatto con il presente — l'ansia vive quasi sempre nel futuro ("e se succedesse..."). Le pratiche di mindfulness allenano a tornare qui, dove le cose stanno accadendo davvero, e dove quasi sempre — in questo preciso istante — il pericolo temuto non c'è.

Valori e azione impegnata — la parte che dà il nome alla terapia. Invece di chiedersi "come faccio a stare meno in ansia?", l'ACT chiede: che vita vorresti vivere, se l'ansia non decidesse per te? Le relazioni, il lavoro, la creatività, la salute: si identificano le direzioni che contano davvero e si inizia a camminarci verso — portandosi dietro l'ansia, se serve. Perché il coraggio non è l'assenza di paura: è fare ciò che conta con la paura.

Cosa dice la ricerca

L'ACT non è una filosofia suggestiva: è una terapia studiata in centinaia di trial clinici. Una revisione che ha esaminato 20 meta-analisi, per un totale di oltre 12.000 partecipanti (Gloster e colleghi, 2020), conclude che l'ACT è efficace per l'ansia, la depressione e diverse altre condizioni, con risultati generalmente superiori alle liste d'attesa e ai trattamenti usuali e paragonabili alla CBT classica. Una precedente meta-analisi (A-Tjak e colleghi, 2015) era giunta a conclusioni simili sui disturbi d'ansia. E il meccanismo di cambiamento proposto — la flessibilità psicologica, ovvero la capacità di restare aperti alla propria esperienza e agire in direzione dei propri valori — trova conferme costanti negli studi sui processi terapeutici.

Nel mio lavoro l'ACT si integra con gli strumenti della terapia cognitivo comportamentale classica e con le pratiche di mindfulness — anche a contatto con la natura, dove il lavoro sull'accettazione e sul presente trova un terreno particolarmente fertile.

Se l'ansia ti sta restringendo la vita

Un'ultima cosa, detta con chiarezza: un po' di ansia fa parte della vita, e nessuna terapia seria promette di eliminarla — anche perché è un'emozione che serve, quando funziona bene. Ma se ti accorgi che l'ansia sta decidendo al posto tuo — cosa fare, dove andare, chi frequentare, che occasioni lasciar perdere — allora vale la pena lavorarci. Non per diventare una persona senza paura, ma per tornare a essere tu a scegliere la direzione. Se vuoi capire se un percorso può aiutarti, scrivimi: il primo passo è solo una conversazione.

Dott.ssa Costanza Nastasi — Psicologa-Psicoterapeuta, Milano


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Mio figlio esplode di rabbia: cosa può fare un genitore

Tempo di lettura: 5 minuti

Porte sbattute, urla per un "no" qualsiasi, il telefono lanciato sul letto, e poi quel silenzio ostile che dura giorni. Se hai un figlio adolescente e certe scene ti sono familiari, la prima cosa che voglio dirti è questa: non sei un genitore sbagliato, e tuo figlio non è "diventato cattivo". State attraversando — insieme, anche se non sembra — una delle fasi più delicate dello sviluppo umano.

Cosa succede nella testa di un adolescente

L'adolescenza non è solo ormoni. Il cervello adolescente è un cantiere aperto in cui i sistemi che generano le emozioni — potenti, rapidi, già maturi — corrono più veloci dei sistemi che le regolano, legati alla corteccia prefrontale, che completa la sua maturazione solo verso i 25 anni. Il risultato è una specie di motore potentissimo con freni ancora in rodaggio: emozioni che arrivano fortissime, e una capacità ancora acerba di fermarsi, nominare quello che si sente, scegliere come rispondere.

La rabbia, in questo quadro, è raramente il vero problema. Più spesso è la punta visibile di qualcos'altro: vergogna, paura di non essere all'altezza, tristezza, un'autostima fragile, a volte un dolore — un lutto, una perdita, una delusione — che non ha ancora trovato parole. La rabbia è l'emozione "forte" che copre quelle vulnerabili. Ed è anche, paradossalmente, un segnale di fiducia: i figli esplodono quasi sempre dove si sentono più al sicuro. Cioè a casa.

Cosa non funziona (e lo sai già)

Te lo dico con franchezza, perché probabilmente l'hai già sperimentato: rispondere all'escalation con l'escalation non funziona. Urlare più forte, punire a caldo, fare prediche nel momento dell'esplosione — quando il cervello emotivo di tuo figlio è al massimo dei giri, quello razionale semplicemente non è in linea. Qualunque cosa tu dica in quel momento, non arriva. E nemmeno l'opposto funziona: cedere a ogni richiesta per evitare il conflitto insegna che l'esplosione è un modo efficace per ottenere le cose.

Quello che funziona sta nel mezzo, e si può imparare.

Cosa può fare un genitore, concretamente

Fare da "co-regolatore". Prima dei 25 anni, la regolazione emotiva è un lavoro a due: l'adolescente ha ancora bisogno di un adulto che gli presti la propria calma. Questo significa, nel momento della tempesta, abbassare i toni invece di alzarli, ridurre le parole, garantire la sicurezza e rimandare la conversazione: "Vedo che sei furioso. Ne parliamo quando ci siamo calmati tutti e due." Non è cedere: è scegliere il momento in cui le parole possono funzionare.

Validare l'emozione, non necessariamente il comportamento. C'è una distinzione preziosa che viene dal lavoro sul coaching emotivo: si può accogliere ciò che il figlio sente ("capisco che ti sia sembrato ingiusto") tenendo ferma la regola sul comportamento ("e in questa casa non si lanciano le cose"). Le ricerche mostrano che i figli di genitori che riconoscono e nominano le emozioni — invece di minimizzarle o punirle — sviluppano una migliore regolazione emotiva.

Guardare la propria, di regolazione. Questa è la parte più difficile da sentirsi dire, e la dico con rispetto: una revisione di 53 studi (Zimmer-Gembeck e colleghe, 2022) mostra che le difficoltà di regolazione emotiva dei genitori si associano a maggiori difficoltà emotive e comportamentali dei figli. Non è una colpa — è una leva: lavorare sulla propria calma è uno dei modi più potenti per aiutare un figlio a trovare la sua.

Riparare dopo la rottura. Nessun genitore resta calmo sempre. Quello che conta, dicono gli studi sull'attaccamento, non è non rompere mai — è riparare: tornare dal figlio a freddo, riconoscere la propria parte ("ieri ho urlato anch'io, mi dispiace"), e riaprire il dialogo. Ogni riparazione insegna più di cento prediche.

Quando chiedere aiuto — e come funziona

Se le esplosioni sono frequenti e intense, se la rabbia si accompagna a un ritiro dalla scuola o dagli amici, se sotto intravedi ansia, autosvalutazione o un dolore non elaborato, ha senso farsi aiutare. E la ricerca è chiara su un punto: gli interventi funzionano meglio quando coinvolgono anche i genitori, soprattutto per le difficoltà "esternalizzanti" come la rabbia (le meta-analisi sugli interventi di regolazione emotiva in età evolutiva — ad esempio Moltrecht e colleghi, 2021 — mostrano l'efficacia degli approcci cognitivo comportamentali e basati sulle abilità emotive).

Per questo nel mio lavoro con gli adolescenti il percorso viaggia spesso su due binari paralleli: con il ragazzo o la ragazza lavoriamo sul riconoscimento e la regolazione delle emozioni, sull'autostima e — quando c'è — sull'elaborazione di ciò che fa male. Con gli adolescenti uso molto l'ACT in chiave esperienziale: niente lezioni teoriche, ma esercizi pratici, immagini, video e metafore per esplorare dal vivo il loro mondo emotivo. E soprattutto il lavoro sui valori: capire che persona vorrebbero essere, che direzione vorrebbero costruire. Quando un ragazzo ritrova un senso in quello che fa, si accendono impegno, motivazione e autostima — ed è lì che il cambiamento inizia davvero. Con i genitori, in parallelo, facciamo parent training: incontri dedicati in cui si lavora sulla comunicazione con il figlio, sul problem solving dei conflitti concreti e sulla comprensione di ciò che sta accadendo (psicoeducazione). Non perché siate "il problema" — ma perché siete, dati alla mano, la risorsa più potente che vostro figlio ha.

Se ti riconosci in queste righe e vuoi capire se un percorso può aiutare la tua famiglia, scrivimi: il primo passo è solo una conversazione.

Dott.ssa Costanza Nastasi — Psicologa-Psicoterapeuta, Milano


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Attacchi di panico: cosa succede al corpo (e perché non stai morendo)

Tempo di lettura: 5 minuti

Il cuore che martella all'improvviso. Il fiato che non entra. Le vertigini, il formicolio alle mani, il petto che stringe, e un pensiero che copre tutti gli altri: sto avendo un infarto. Sto per svenire. Sto impazzendo. Sto morendo. Poi, dopo minuti che sembrano ore, tutto si spegne — e resta una persona spaventata, spesso al pronto soccorso, a cui viene detto: "Lei non ha nulla, è solo ansia."

Solo ansia. Chi ha vissuto un attacco di panico sa quanto quella parolina sia beffarda. Ma dentro quella frase, detta male, c'è una verità detta bene: quello che è successo al tuo corpo ha una spiegazione precisa, fisiologica, e — soprattutto — non è pericoloso. Capirla è il primo pezzo della cura.

Cosa succede, esattamente

L'attacco di panico è il sistema d'allarme del corpo — la risposta di attacco-o-fuga — che si attiva al massimo della potenza nel momento sbagliato, cioè in assenza di un pericolo reale. È lo stesso identico programma che ci salverebbe la vita davanti a una minaccia: il cervello ordina una scarica di adrenalina, e ogni sintomo che senti è quel programma che fa il suo lavoro.

Il cuore accelera per pompare sangue ai muscoli: per questo lo senti martellare. Il respiro si fa rapido per caricare ossigeno: ma se respiri più di quanto ti serve (iperventilazione), scendono i livelli di anidride carbonica — ed ecco vertigini, sensazione di irrealtà, formicolii a mani e viso. I muscoli si tendono pronti allo scatto: per questo il petto "stringe" e le gambe tremano. Il sangue va dove serve, un po' meno alla pelle e alla digestione: brividi, nausea, bocca secca. Le pupille si dilatano per vedere meglio il pericolo: la luce dà fastidio, la vista si fa strana.

Nessuno di questi sintomi è il segnale di un guasto. Sono il segnale di un corpo che funziona benissimo — solo, ha ricevuto un falso allarme. E c'è un dato che vale la pena scolpire: l'attacco di panico ha una curva naturale, sale, raggiunge un picco in genere entro una decina di minuti, e scende da solo. Sempre. Il corpo non è fisiologicamente in grado di mantenerlo per ore.

(Una precisazione doverosa: la prima volta che compaiono sintomi fisici intensi come dolore toracico, è giusto e sensato fare una valutazione medica. Una volta esclusa una causa organica — come quasi sempre accade — quella rassicurazione va presa sul serio, e non richiesta all'infinito.)

Il vero problema: la paura della paura

Ecco il punto che la psicologia ha capito bene, a partire dal modello cognitivo di David Clark: l'attacco in sé dura minuti, ma il disturbo di panico nasce dopo, da un circolo vizioso. Funziona così: dopo il primo attacco, il corpo diventa un sorvegliato speciale. Ogni battito un po' più veloce, ogni respiro corto, ogni giramento di testa viene letto come l'inizio del prossimo attacco — "oddio, ci risiamo" — e questa interpretazione catastrofica genera esattamente l'ansia che accelera il cuore e il respiro, che a loro volta confermano la catastrofe temuta. Il falso allarme si autoavvera.

E poi c'è l'evitamento: si smette di prendere la metro, di guidare in tangenziale, di andare al cinema, di allontanarsi da casa — o si esce solo con l'acqua, le gocce, il telefono carico, una persona accanto. Ogni evitamento dà sollievo immediato e manda al cervello lo stesso messaggio: "lì c'era davvero un pericolo, hai fatto bene a scappare." Così la vita si restringe, un pezzetto alla volta, mentre la paura si allarga.

Cosa funziona davvero

La buona notizia è netta: il disturbo di panico è tra i problemi psicologici che rispondono meglio alla psicoterapia. Una revisione Cochrane con network meta-analisi (Pompoli e colleghi, 2016) ha confrontato otto diverse forme di terapia psicologica: la terapia cognitivo comportamentale è risultata l'approccio con le prove di efficacia più solide, ed è il trattamento raccomandato dalle linee guida internazionali. Un'analisi successiva sugli "ingredienti" della CBT (Pompoli e colleghi, 2018, su 72 studi) ha indicato tra le componenti più efficaci l'esposizione enterocettiva — di cui tra un attimo.

Nel percorso, in concreto, si lavora su questo:

Capire il meccanismo (psicoeducazione): quello che hai appena letto, ma cucito sui tuoi attacchi, il tuo circolo, i tuoi segnali. Già questo, da solo, toglie al panico una parte del suo potere: un allarme che sai leggere fa meno paura.

Fare pace con le sensazioni (esposizione enterocettiva): il cuore del trattamento, e la parte più controintuitiva. Insieme, in seduta, si provocano volontariamente le sensazioni temute — il fiatone, le vertigini, il batticuore — in modo graduale e sicuro, finché il cervello impara dall'esperienza ciò che le parole non bastano a insegnargli: queste sensazioni sono innocue. È l'opposto dell'evitamento, ed è il motivo per cui funziona.

Rivedere le interpretazioni catastrofiche (ristrutturazione cognitiva) e riprendersi i luoghi evitati (esposizione in vivo), un gradino alla volta, lasciando a casa — questa è la parte importante — anche i comportamenti protettivi, perché finché c'è la bottiglietta "salvavita" in borsa, è lei che si prende il merito della sopravvivenza.

Cambiare rapporto con l'ansia (ACT e mindfulness): accanto al lavoro classico, allenare la capacità di fare spazio alle sensazioni senza combatterle — perché la lotta contro l'ansia è benzina per l'ansia — e riportare l'attenzione al presente, dove quasi sempre il pericolo temuto non sta accadendo. E rimettere al centro i valori: la vita che il panico ha ristretto e che vale la pena riprendersi.

Se ti è successo

Due cose da portare via. La prima: un attacco di panico isolato è un'esperienza comune — capita a moltissime persone almeno una volta — e non significa automaticamente avere un disturbo. La seconda: se invece gli attacchi si ripetono, o se la paura che tornino ha iniziato a decidere dove vai e cosa fai, non aspettare che passi da solo: è esattamente il caso in cui un percorso mirato fa la differenza, spesso in tempi più brevi di quanto si immagini.

Non stai impazzendo, non sei fragile, e il tuo corpo non è rotto. Ha solo un allarme troppo sensibile — e gli allarmi si ricalibrano. Se vuoi capirci di più, scrivimi: il primo passo è solo una conversazione.

Dott.ssa Costanza Nastasi — Psicologa-Psicoterapeuta, Milano


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Ultimo aggiornamento: luglio 2026. La presente informativa può essere aggiornata; la versione pubblicata su questa pagina è quella vigente.

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Che cos'è (davvero) la psicoterapia

Tempo di lettura: 4 minuti

C'è chi la immagina come nei film: un lettino, qualcuno che annuisce in silenzio, anni di sedute a parlare dell'infanzia. C'è chi la confonde con una chiacchierata a pagamento, e chi pensa che serva solo a chi "sta davvero male". La psicoterapia è un'altra cosa, e vale la pena raccontarla com'è, perché uno dei motivi per cui le persone aspettano anni prima di chiedere aiuto è proprio l'idea sbagliata che se ne sono fatte.

Prima di tutto: chi è chi

Facciamo chiarezza sui titoli, perché in Italia generano confusione. Lo psicologo è laureato in psicologia, ha superato l'esame di stato ed è iscritto all'albo: può fare valutazione, sostegno e prevenzione, ma non psicoterapia. Lo psicoterapeuta è uno psicologo (o un medico) che dopo la laurea ha completato una scuola di specializzazione di almeno quattro anni: è la figura abilitata a curare i disturbi psicologici con la psicoterapia. Lo psichiatra è un medico specializzato: è la figura che può prescrivere farmaci, e nei percorsi più complessi lavora in squadra con lo psicoterapeuta. Io sono psicologa e psicoterapeuta, con specializzazione cognitivo comportamentale.

Cosa succede in terapia (e cosa no)

La psicoterapia non è ricevere consigli: se bastassero i consigli, quelli degli amici sarebbero già stati sufficienti. E non è nemmeno "sfogarsi", anche se lo spazio per farlo c'è. È un lavoro strutturato, fatto di due ingredienti che la ricerca indica come decisivi: una relazione di fiducia, protetta dal segreto professionale e libera dal giudizio, e un metodo, cioè strumenti e tecniche con basi scientifiche, scelti in funzione del problema e della persona.

In un percorso cognitivo comportamentale, in concreto, si lavora così: si comprende insieme il funzionamento del problema (perché l'ansia si ripresenta proprio lì, cosa mantiene quel circolo che sembra senza uscita), e poi si interviene con strumenti pratici, esercizi tra le sedute, esperienze nuove da fare, non solo parole. Il paziente non è spettatore: è la persona più attiva della stanza.

Ma funziona?

Sì, e non è un'opinione. Decenni di ricerca hanno mostrato che la psicoterapia produce cambiamenti reali e misurabili: le meta-analisi (le ricerche che riassumono centinaia di studi, come i lavori di Cuijpers e colleghi e la sintesi di Wampold) indicano che la persona media che completa un percorso sta meglio di circa l'80% di chi, con gli stessi problemi, non lo ha fatto. Per diversi disturbi, come ansia, depressione, disturbo ossessivo compulsivo e attacchi di panico, esistono protocolli con efficacia documentata, raccomandati dalle linee guida internazionali.

Questo non significa magia né garanzie: significa che, come per le cure mediche serie, ci sono metodi che la scienza ha messo alla prova e che funzionano per la maggior parte delle persone, nella maggior parte dei casi.

Quanto dura, quanto costa, come si inizia

Dipende dal problema e dagli obiettivi: alcuni percorsi mirati durano pochi mesi, altri accompagnano trasformazioni più profonde e richiedono più tempo. La cadenza tipica è una seduta a settimana, che può diradarsi man mano che si sta meglio. La seduta da me costa 80 euro, dura 50 minuti, ed è detraibile come spesa sanitaria nella dichiarazione dei redditi.

Si inizia con un primo colloquio conoscitivo: mi racconti cosa stai attraversando, io ti restituisco come lo leggo e come potremmo lavorarci, e decidi con calma se partire. Nessun vincolo, nessuna trafila: un messaggio su WhatsApp e troviamo il primo appuntamento, in studio a Milano o online.

Se una parte di te sta leggendo questo articolo da un po', forse è la parte che ha già deciso di stare meglio. Il primo passo è solo una conversazione.

Dott.ssa Costanza Nastasi, Psicologa-Psicoterapeuta, Milano


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Giovani adulti: la fatica (invisibile) di diventare sé stessi

Tempo di lettura: 4 minuti

C'è un'età che non ha più le tutele dell'adolescenza e non ha ancora le certezze dell'età adulta. Va, più o meno, dai 18 ai 29 anni: lo psicologo Jeffrey Arnett l'ha chiamata emerging adulthood, età adulta emergente, e l'ha descritta come il tempo delle esplorazioni e delle instabilità. Studi che non si sa se sono quelli giusti, lavori che iniziano e finiscono, relazioni che si cercano e si perdono, una casa che non è più quella dei genitori ma non è ancora davvero propria. E una domanda sotto a tutto: chi sono io, e chi voglio diventare?

Una fatica che non si vede

Il paradosso di questa età è che da fuori sembra il momento più libero della vita, e da dentro spesso è il più confuso. Le aspettative arrivano da ogni direzione: la famiglia, i social dove tutti sembrano già arrivati da qualche parte, il mercato del lavoro che chiede esperienza a chi non ha ancora potuto farne. In mezzo, il giovane adulto costruisce la propria identità con le risorse che ha. E qui succede una cosa interessante, che ho avuto modo di approfondire anche in un lavoro pubblicato sulla rivista Pedagogika: quando le risorse sembrano non bastare, uno degli strumenti a cui si ricorre è la bugia.

Mentire sull'esame che non si è dato, sul lavoro che non decolla, su come si sta davvero. Non per cattiveria: per proteggere un'immagine di sé che si teme non regga il confronto con le aspettative. Il problema è che la bugia, come strumento di costruzione del sé, è fallimentare per definizione: ogni volta che l'immagine presentata si allontana da quella reale, il divario da proteggere cresce, e con lui l'ansia, la vergogna e la solitudine. Si finisce a fare la guardia a una versione di sé che non esiste, con sempre meno energie per costruire quella vera.

Cosa c'entra la psicoterapia

Il lavoro con i giovani adulti è, nella mia esperienza, uno dei più fertili che esistano: si arriva con una domanda confusa ("non so cosa voglio", "mi sento indietro", "gli altri ce la fanno e io no") e si scopre che sotto c'è un compito evolutivo preciso, che si può affrontare con strumenti concreti.

Con l'ACT, in particolare, il lavoro sui valori è fatto apposta per questa età: non "cosa dovresti fare secondo gli altri", ma che persona vuoi essere tu, in che direzione vuoi costruire. Quando le scelte iniziano ad allinearsi con i propri valori invece che con le aspettative altrui, succedono due cose: i comportamenti ritrovano un senso, e l'impegno e la motivazione tornano, perché finalmente lavorano per qualcosa di proprio. E la bugia perde la sua funzione: non serve più difendere un'immagine, perché si sta costruendo una sostanza.

A questo si aggiunge il lavoro sulla regolazione delle emozioni (l'ansia da confronto, la vergogna, il senso di inadeguatezza sono il pane quotidiano di questa età) e, quando serve, sull'autostima: che non si gonfia a complimenti, ma si costruisce a esperienze, una scelta coerente alla volta.

Se ti riconosci

Due cose che vorrei dirti, se hai tra i 18 e i 30 anni e queste righe ti parlano. La prima: sentirsi confusi in questa fase non è un segno che qualcosa in te è rotto, è il segnale che stai facendo il lavoro, quello vero, di diventare qualcuno. La seconda: non devi farlo da solo o da sola. Un percorso in questa età ha un vantaggio enorme rispetto a qualsiasi altro momento della vita: le direzioni prese ora rendono per i decenni successivi.

Se vuoi capire se può fare al caso tuo, scrivimi: il primo passo è solo una conversazione.

Dott.ssa Costanza Nastasi, Psicologa-Psicoterapeuta, Milano


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